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Motus: il fascismo e i codici espressivi delle devianze

Giovedì 15 Dicembre 2011, 09:57 in Recensioni di

"Piccoli episodi di fascismo quotidiano": tra dialoghi nazisti e monologhi polizieschi si consuma il delirante viaggio dentro e fuori la finzione di Dany Greggio e Nicoletta Fabbri

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La collaborazione tra Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, fondatori e direttori artistici di Motus, genera un'altra creatura iperdicente,  ovvero Piccoli episodi di fascismo quotidiano (progetto di cui sono ideatori e registi) ispirato a Pre-paradise sorry now di Rainer Werner Fassbinder. Nelle suggestioni visionarie della postazione mentale riminese - qui con la consulenza letteraria e musicale di Luca Scarlini - si frantuma il ritratto estremo delle devianze di Ian e Myra, coppia di assassini su cui il cineasta tedesco aveva messo a fuoco (nel 1969) il suo diaframma ispirandosi alle atrocità commesse da due serial killer inglesi realmente vissuti negli anni '60: lei morta in carcere nel 2002, lui ancora in vita e alimentato a forza.

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A cominciare dalla concezione dello spazio scenico, ridisegnato nella claustrofobica casa della desol-azione agita dai due attori Dany Greggio e Nicoletta Fabbri, entro il quale corpi, oggetti, suoni, immagini, si (con)fondono in linguaggi performativi decodificanti concezioni altre di rappresentazione. Ma qual potrebbe essere la forma attuale di Ian e Myra per Motus? «Non è tempo per intrattenimenti, preferiamo lavorare sul filo del baratro spostandoci con leggerezza, sempre pronti alla fuga (e alla guerriglia)», dicono. «Andiamo a ricercare i segni, le tracce del fascismo ancora predominante proprio nell'infimo, nel quotidiano, perché è nelle abitudini del comune vivere domestico che si annidano i germi che alimentano le ideologie autoritarie», chiariscono, citando Wilhelm Reich e il suo Psicologia di massa del fascismo. Così, dopo un prologo fuori del teatro, con un incontro tra un altero motociclista e una donna in tensione, l'ingresso nella sala evoca subito un'atmosfera malata, grottesca, da sorvegliare e punire. Eppure tutto resta come sospeso in un'«immagine» che dice, che si mostra senza mostrare. Quasi in vitro appaiono i personaggi come se tutto il loro microcosmo psicopatologico fosse avvolto da lastre di plexiglas (quelle caratterizzanti parte della struttura scenografica). La storia del rapporto sadomaso, del fanatismo stolto e omicida si plasma nelle immagini compulsive di un cinegiornale bellico proiettato in filigrana nella più assoluta rarefazione dei sensi. Il risultato è un evento scenico destrutturato ed evocativo che cortocircuita continuamente fra le biografie dei due psicopatici, invasati dal fascino per il nazismo e tutte le forme di sopraffazione e intolleranza, e i numerosi alter ego che in banale normalità simulano le loro esistenze. Fassbinder scrisse questo testo poco dopo l'arresto dei veri Ian e Myra, ne conservò i nomi reali attraversando con grande aderenza le vicende della loro storia; fino alla comparsa di Jimmy, un loro parente che viene fatto assistere all'ennesimo omicidio per essere istruito - affatto superflua la sua materializzazione dalla platea che porta l'attore Ciro Carlo Fico a essere indottrinato in loop sino al The end - e che il giorno dopo li andrà a denunciare. Ma questo non lo vedremo... 

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