Il teatro vissuto, il teatro raccontato
Per il cineasta britannico il caleidoscopico progetto artistico sul personaggio immaginario Tulse Luper è anche un pretesto per lanciare una provocazione al concetto di cinema così come siamo abituati a viverlo "normalmente".
Sarebbe certo una bella sfida giornalistico-tecnologica poter approntare una video-recensione delle performance teatrali di Peter Greenaway. Magari attraverso dei frame testuali da riassemblare a proprio piacimento così da ritrovarsi a leggere sempre una nuova storia. Se non altro nel mondo dell'arte visiva c'è ancora qualche mente in fervida ricerca di soluzioni altre. Questo personaggio è nato sessantanove anni fa a Newport e con i numeri ha una predilezione alquanto spiccata. A cominciare (o, per meglio dire, a proseguire) dal 92, ovvero il numero atomico dell'uranio in base alla tavola di Mendeleev - chissà qual è la cifra di quello impoverito: forse corrisponde al conteggio dei soldati e dei civili morti o ammalatisi grazie al suo utilizzo - e di conseguenza alle diverse teorie legate all'esistenza di questo elemento.
Una di queste si lega alla creazione dei due lavori attraverso i quali il cineasta britannico riesce a cortocircuitare i sensi e il futuro dello spettatore. Il primo episodio, Democracy Talks, vede Greenaway e, come voce italiana, Antonio Intorcia, leggere in alternata sequenza 92 aforismi sulla democrazia - da Platone a Bush, da H. L. Mencken a Moravia, da Churcill a Marx - mentre su due schermi posti sul fondo del palco si materializzano le didascalie testuali insieme al volto dei loro pensatori come fotogrammi per altrettante carte d'identità demo-critiche. Il secondo momento assume altre e più estreme connotazioni estetiche e comunicative. Peter Greenaway si trasforma in una sorta di Gutenberg multimediale e con The Tulse Luper VJ Performance reinventa la story board dell'omonimo film intrecciando immagini e sonorità ambient in coppia con Serge Dodwell a.k.a. Dj Radar. The Tulse Luper Suitcases è la vicenda di un uomo, una sorta di alter ego del regista, collezionista di valigie, di memorie, di luoghi, di storie. Ogni valigia è un frammento della sua esistenza, un aspetto della sua personalità che egli dissemina in tutto il mondo e la sua biografia viene ricostruita attraverso il loro contenuto. Le vicende del protagonista si sviluppano in un arco temporale che va dal 1928 al 1989; l'uranio, invece, è l'elemento attorno al quale esse ruotano oltre ad aver caratterizzato il ventesimo secolo e le sue angosce: il 1928 è l'anno in cui l'uranio entra nella tavola degli elementi e il 1989 quello in cui il muro di Berlino crolla. Per attuare la sua de-strutturazione Greenaway utilizza 3 grandi schermi in sincrono montando in rapida sequenza e in loop le immagini creando un'altra ipotesi di film. Plasma un labirinto in-finito lasciando scorrere i polpastrelli su un grande monitor touch screen determinando scelta e successione delle immagini che fanno parte di quel deposito di associazioni visive, schegge sonore, frammenti narrativi costituiti dal film primevo. Ma la scansione dei plot visuali appiattisce il senso e le complesse costruzioni simbolico-visuali, fatalmente, si trasformano in mere suggestioni stilistiche mentre il coagulo cinematografico non riesce a liquefarsi in una nuova creatura. La musica, poi, non risulta né urticante né coinvolgente. In questa personale storia dell'uranio nel gioco si riesce a rimanere poco, e l'approssimarsi del 92 finisce per diventare un countdown verso il cielo stellato.
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