Il teatro vissuto, il teatro raccontato
Microcosmi disordinati, sublimi cattiverie e becero qualunquismo. L'umanità repellente di Rezza e Mastrella emerge in "Pitecus", un'operazione di arte applicata alla drammaturgia.
AmaRezza, scaltRezza, teneRezza, aspRezza: ci sembra che in questa semplice sciarada enigmistica si possa rintracciare il significato dei pato-logici frammenti drammaturgici di Antonio Rezza, sardonico attore-autore, spietato anatomista di devianze metropolitane e orrori esistenziali. L'il-logica dismisura intellettuale è direttamente proporzionale al sincretismo contenuto in Pitecus, creatura teatrale partorita nel lontano 1995. Nello spazio-non spazio del palcoscenico abitato dai sipari-installazione creati da Flavia Mastrella si consumano, in rapida sequenza, i cortocircuitanti quadri narrativi che trascinano il pubblico - continuamente destabilizzato e pungolato - in un labirinto di dialettali lemmi tronchi, gestualità s-componibile, grottesche vocalità, improperi, allusioni.
In sincrono con la funzionalità polimorfica del suo volto e la polifonica metamorfosi della sua voce, Antonio Rezza affronta questioni socio-politiche, estremizza paranoie famigliari e sessuali, acuisce il tragicomico senso del trascendente e dell'immanente («Guarda che mare...te ricordi chella volta...che c'è stavamo a fogà...Me recordo me recordo...forse chè c'affogavamo quella vorta era meglio rimettiamoci a dormire...che quando stiamo svegli...la tristezza si impossessa di noi...buonanotte»), dell'handicap («Ho perso una gamba...sono diventato invalido civile, almeno un po' di civiltà...l'ho acquisita»), intesse sarcasmi interpersonali («Fiorenzo stà male, dobbiamo fà qualche cosa...Se potrebbe comincia a sparge la voce, che Fiorenzo stà male...Questo, è tutto quello che possiamo fà pè Fiorenzo...di più, nin sè pò fa...La malattia rende più sensibili...Fiorenzo apprezzerà»). Assemblata come una sorta di galleria eterotopica bidimensionale dis-velante storie minime, la struttura linguistica chimicamente instabile di Pitecus fa da contenitore al sincopato monologare di Rezza che analizza con chirurgica spietatezza il cadavere della società contemporanea, stesa come una pagana Sindone davanti ai nostri occhi. L'immagine è quella di corpi vivi-sezionati e restituiti nella loro parzialità a simboleggiare la stupidità, la superficialità, l'ipocrisia, la solitudine imperanti. Questo è il senso estremo: la solitudine. Questo il motivo che spinge un uomo a ritagliare innumerevoli protesi mentali e anatomiche di se stesso, per poi riproporle come altrettante prove della sua r-esistenza.
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