Il teatro vissuto, il teatro raccontato
Una calviniana reminiscenza letteraria dove le parole del poeta di Pennabilli s'intersecano e si fondono in un insieme affatto armonico
«Se si smarrisce l'alfabeto che diventa appena un rumore in mezzo al frastuono della pioggia e dei motori, quel popolo che lo usa e quella nazione non esistono più». Così, Tonino Guerra, sceneggiatore, poeta, pittore, introduce il suo Alfabeto italiano, opera diventata nel tempo un vero e proprio evento spettacolare. Col titolo di Dizionario fantastico, di calviniana reminiscenza letteraria, questo alfabeto di Guerra s'interseca e si fonde con la musica e le immagini che evocano magicamente le lettere del nostro alfabeto assumendo i toni della fiaba fantastica. Il lavoro è assemblato, infatti, attorno ai disegni dell'artista armena Marina Azizian, la quale ha letteralmente ricamato ventuno miniature sui suoi arazzi, una per ogni lettera, mentre Mario Stefano Pietrodarchi (bandoneon, fisarmonica) e Luca Lucini (chitarra) eseguono, dal vivo, le musiche originali composte da Andrea Scarpone.
Da vent'anni Tonino Guerra ha deciso di stabilirsi a Pennabilli, città vescovile e capitale religiosa del Montefeltro di cui, tra l'altro, è cittadino onorario. Qui ha dato vita a numerose installazioni artistiche - o, più precisamente, insoliti giardini-museo e mostre permanenti che vanno sotto il nome de I luoghi dell'anima - come l'Orto dei frutti dimenticati, il Rifugio delle Madonne abbandonate, la Strada delle meridiane, il Santuario dei pensieri, l'Angelo coi baffi, il Giardino pietrificato. Ecco una breve intervista che Tonino Guerra mi ha gentilmente concesso e che vi invito a leggere...
Qual è la "grammatica emotiva" che si cela dietro la costruzione scenica del suo "Dizionario fantastico"?
Mi pare che sia una cosa che può entrare nella memoria di chi vedrà questo piccolo e breve spettacolo. Soprattutto per la presenza di Mario Stefano Pietrodarchi, eccezionale nell'eseguire i tanghi di Astor Piazzolla, le cui superbe musiche sono inserite nelle colonne sonore di alcuni miei film - "Nostalghia" di Andrej Tarkovswij e il pirandelliano "Enrico IV" di Marco Bellocchio - e che ritengo essere uno dei più grandi musicisti dell'"altro" fine secolo. Ci sono quindi delle immagini - a volte riprodotte bene a volte un po' peggio - di una grande artista russa, Marina Azizian, con la quale ho presentato lo stesso "Alfabeto italiano" all'Hermitage di San Pietroburgo cinque anni fa.
Poi c'è la sua superba scrittura...
Le mie poesie e i miei commenti sono letti da una giovane attrice bolognese Flaminia Fiano, che io chiamo Meme, la quale, se il microfono è posizionato bene, può far arrivare certe mie cose... E' tutto qui.
Non soltanto attraverso la scrittura ma anche con la pittura lei riesce ad esprimersi con estrema compiutezza.
Ho sempre dipinto, fin da giovane. Ora che vivo in montagna e mi sono allontanato dal lavoro di sceneggiatore ho più tempo per dedicarmi a questa antica passione.
Che rapporto ha con Napoli?
Devo dire che ho un'ammirazione assoluta per questa città e per il grande volto del suo teatro, al punto tale che anni fa quando scrissi un poema dal titolo "Il viaggio" lo dedicai proprio a Napoli. In particolare nutro un rispetto e una stima profonda per Roberto De Simone la cui "Gatta Cenerentola" credo di averla vista almeno quattro o cinque volte insieme a Federico Fellini. Napoli è l'unica metropoli italiana perché solo qui vi si respira il profumo del mistero!.
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